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Lui-lui

Immagine riflessa nello specchio della hall centrale.

Le riunioni mi snervano.

Mi avvicino ancora di più allo specchio e cerco di guardare i difetti del mio volto.
Mettermi a nudo prima di un incontro importante mi aiuta a esorcizzare le paure.

Con la coda dell’occhio riesco a visualizzare l’intero spazio della hall come se fosse inquadrato con un grandangolo. Il ragazzo della reception mi guarda basito.

Percorro la navata centrale osservando i volti delle persone che la affollano. Ognuno con la propria storia e le proprie preoccupazioni.

Li guardo. Ricambiano lo sguardo e credo pensino lo stesso di me. Oppure vedono dipinta la tensione sul mio viso.

Arrivo davanti all’ascensore; un’imponente macchina moderna in acciaio, rifilata in oro con pulsantiera digitale.

Non ho mai sopportato gli ascensori, soffro di claustrofobia e gli spazi chiusi mi ricordano sempre che viviamo segregati in confini circoscritti.

Spingo il bottone con scritto 1 e attendo che le porte lucide si chiudano.
Su una delle pareti campeggiano alcune scritte a penna di vecchi clienti e di lavoratori che hanno gravitato in questa sede. Tutte le ataviche passioni, i dissapori sopiti, le grandi scopate tanto per ingannare il tempo e le corna a profusione nel dopolavoro.

Poche scritte che cozzano con l’asetticità della struttura.

Il leggero sobbalzo iniziale, unito al cigolio delle intercapedini, segnala l’inizio della corsa verticale.

Nel frattempo la bara d’acciaio sale mentre il rumore del motore continua imperterrito, lentamente. Non capisco perché ci mette così tanto. Sarà la mia percezione del tempo che si è dilatata?

Come se avessi fatto un cannone d’erba, i secondi iniziano a pesare come l’acciaio.

“Sono già dieci minuti che sono dentro a questo loculo e l’ascensore si muove ancora”.
La fronte comincia a produrre sudore appiccicoso e salato, i pensieri si ammassano come api fameliche fuori da un alveare.

“Forse i contrappesi non funzionano e in realtà sono bloccato al pianoterra” penso subito “Oppure le funi non reggono il mio peso e per quanto il motore sforzi non ce la fa a partire. Quanto cazzo peso? Sono grasso! Grasso!”

“Qual è il limite massimo di portata dell’ascensore?”

Scruto le pareti con gli occhi come se avessi visto passare un enorme ragno.

“Non potevo guardarlo prima?”

Noto ora la targhetta: PESO MASSIMO CONSENTITO 350 Kg.

“Lo sapevo! Non ce la faremo mai, rimarrò bloccato. Maledetta bulimia del cazzo!”

La vista si rischiara e l’obnubilazione iniziale cede il passo ad una calma apparente. “Pesi 68 Kg rincoglionito!”.

Lui-lui ha ragione.

Lui-lui è saggio.

Lui-lui sa sempre come farmi uscire da una situazione pesante per la mente.                                                                                     Altro che Xanax o Lexodan.

Io assumo Lui-lui, perché fa bene allo spirito.

Silenzio. “Sto perdendo la calma”.

E se spingessi il bottone “stop” per poi dare l’allarme?

No stupido – incalza Lui-lui – stai viaggiando dal piano terra al primo piano.

Se fermi la corsa ti ritroverai nella terra di nessuno, nell’inferno degli ascensori, dove tutti i montacarichi ridono diabolicamente spalancando le porte asettiche come fossero bocche infuocate.

Quella risata metallica avvolta dalle venefiche zaffate di zolfo mi procura un brivido gelido che percorre velocemente la spina dorsale.

Guardo la mia faccia allo specchio per cercare di infondermi sicurezza come fanno quegli Americani incravattati – come li chiamano ? –  i motivatori.

“Ce la puoi fare! Ce la devi fare! Tu sei più forte!”.

Mentre pronuncio questa non-formula scoppio in una risata fragorosa ed isterica pensando a come gli Yankee deformano l’accento Italiano parlando come se avessero un sasso che imprigiona la loro lingua.

Neanche il tempo di finire un altro dei miei pensieri deliranti che il mio corpo viene sbalzato verso l’alto da un contraccolpo secco.

Quella specie di saltino che ti formicola lo stomaco come neanche la sensazione del pre-vomito da ubriachi saprebbe fare.

Questo è uno tra i deterrenti più efficaci per evitare queste maledette bare d’acciaio; dopo lo specchio interno ovviamente.

Le porte che si aprono trionfalmente e alzano il sipario sullo specchio interno; è proprio lì che si tocca il punto più alto della verosimiglianza con il reale. La luce che entra prepotentemente all’interno e illuminano il viso sbiadito, raggrinzito dall’età e segnato da un certo mal di vivere nella circadiale staticità quotidiana.

Altro che lo specchio nel cesso di casa!

Lì sei al sicuro, magari hai anche evacuato, lontano dalla società impregnata di smog ed arrivismo e totalmente avvolto da un trionfale retrogusto di cagata vecchia misto al dolciastro del colluttorio.

Bing!

“È arrivato!” penso istericamente. D’altronde lo sbalzo di poco fa è stato il segnale della ripartenza. Le porte di metallo si aprono emettendo un cigolio simile a quello dei cancelli arrugginiti nei film horror di fine anni ‘80. Mi guardo allo specchio per raccapezzare quanto rimane di normale nel mio volto dopo l’attesa. Quello che vedo non mi piace.

Occhi sgranati, mascelle serrate, respiro veloce, tanto veloce, troppo veloce e un leggero accenno di occhiaie livide.

Sembro un tossico. Mentre mi sistemo con la coda dell’occhio scorgo una monocromia allarmante alle mie spalle: il colore grigio.

“Se la porta è aperta dovrebbe dare sul corridoio azzurro. Allora perché vedo questo cavolo di colore grigio?”

“Forse sei daltonico e non lo sapevi?” Lui-lui sempre nel momento meno opportuno.

Neanche il lasso di tempo per rispondergli a tono che capisco la tremenda verità: quel grigiastro plumbeo che è penetrato nei miei occhi è il colore delle intercapedini del palazzo. Lo stramaledetto ascensore del demonio si è bloccato tra un piano e l’altro.

Parte la tachicardia a ritmo di musica trance hardcore: 180 battiti al minuto che troncano il fiato in gola. Le lacrime di sudore bagnano la punta del mio naso e colano sulle labbra condendole di un gusto salato. Penso già alla mia lenta asfissia, a quando mi troveranno seduto con la testa china su un lato, privo di vita. I titoli dei giornali scriveranno a caratteri cubitali TRAGICO INCIDENTE.

Un classico del linguaggio giornalistico che personalmente odio, assieme a tutto quel dizionario di frasi che gli scribacchini usano al loop come “bagno di folla”, “sinergia” e “volano stracci”.

Comincio a prendere a pugni le pareti dell’ascensore finché le nocche delle mani si escoriano. A quel punto tento disperatamente di scavare il muro graffiandolo.

Penso che se avessi avuto la possibilità di vedermi dal fuori, in un meta-contesto avrei provato una gran pena per il povero (fattone) rimasto chiuso nell’ascensore.

Per un attimo rifletto sulla botola in alto che spesso utilizzano i registi nei film per far fare l’entrata ad effetto durante una rapina.
Guardo in alto ma è effettivamente inarrivabile. O meglio: ci potrei arrivare ma poi dovrei spingermi in alto e fare una trazioni degna di Rambo. D’altronde in palestra non ci sono mai voluto andare perché la vedevo come un covo di coatti che cercano di sopperire le scarse dimensioni del pene guardando i bicipiti negli specchi a muro della struttura.

Avessi preso gli steroidi adesso sarei uscito da qui con una manata ben assestata.
“Ma con le palle gonfiate da un tumore e la quarta di reggiseno!”.

È vero. Grazie Luilui.

Qualche secondo più tardi decido di fare la cosa più saggia. La classica azione diplomatica che farebbe il tizio un po’ emaciato con la montatura degli occhiali enorme ed il naso adunco.

Quello che se non gli funziona il cellulare lo spegne, toglie la batteria, la rimette e lo riaccende; quello che quando perde la connessione internet dentro casa corre verso il modem per soffiarci dentro nella speranza che la polvere sia la soluzione al problema.

Ecco: ho acquisito quel tipo di saggezza, per cui premo il tasto stop e subito dopo il tasto “uno”.

Rumore. Si chiudono le porte. L’ascensore sobbalza e riparte.

Genio!

In questo momento penso a quanto è bello vivere, a quanto voglio bene alle persone che mi circondano, al mio splendido lavoro. L’eccesso di serotonina mi fa sragionare. Ma in questo momento mi piace e mi lascio pervadere.

L’ascensore arriva al piano, le porte si aprono, vedo l’azzurro dei corridoi.

“Ce l’ho fatta”.

Esco saltellando come un bambino. Guardo le pareti. Incontro i volti delle persone. Belli, simpatici e con un incarnato color pesca che fa molto primavera anni ‘80; emanano calore familiare come non avevo mai percepito.

Guardo nuovamente la parete. Prima ancora di mettere a fuoco la targa in plexiglass con distanziometri color oro che segna il piano del palazzo, Lui-lui entra a gamba tesa.

“Notato il particolare?”

No, cosa?

Sei al 4°

“4 Piani più su. Cazzo!”

Faccio spallucce, lo sguardo rassegnato.

“Se vado a piedi farò tardi. Sono tre piani sopra”

La rassegnazione prende il sopravvento, inspiro una boccata enorme d’aria e mi infilo dentro la bara metallica.

“Non scende nessuno?”

“Meglio di no. Ti ruberebbero ossigeno”

Saggio Lui-lui. Gli voglio bene.

Le porte si chiudono.