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Viva la Vida

25 Marzo. Ore 11:49

Sono passate 16 lunghissime ore.

Dall’infinito tramonto crepuscolare nella bruma invernale fino all’afosa tarda mattinata seguente. Due giornate contrapposte. Climaticamente differenti. Vitalmente separate.

In una non ero ancora, nell’altra sono diventato. Il carico di responsabilità in un attimo si è fatto pesantissimo ma allo stesso tempo piacevole.

La sensazione dominante era di panico. Nonostante una fitta tensione avvolgeva le nostre anime in una infinita coperta di paure primordiali, sapevamo che l’obiettivo finale avrebbe vanificato ogni paura e avvalorato ogni sforzo.

Ricordo la nottata difficile in cui ogni secondo era scandito da infiniti momenti di dolore.

Le dolci parole dette da estranei, alcune con amorevole intenzionalità, altre con chirurgica professionalità.

Il silenzio che attraversava i corridoi – paradossalmente assordante – aggravava il dolore e dilatava il tempo di attesa. Il silenzio maledetto. Il silenzio lacerato da urla primordiali, scandite ogni 180 secondi come se fossero inserite in un perverso processo industrializzato.

Il tempo avrebbe dovuto sancire la canonizzazione di una nuova luce ma in quell’istante sembrava solo volersi divertire con le nostre misere anime.

Alle prime luci dell’alba, avviene la metamorfosi. Quieta e tranquilla.

“Il Fato ha sotterrato l’ascia di guerra”, “Abbiamo vinto” pensai

La sofferenza, che sembrava continuare d’imperio, cambiò marcia.

Arrivò una brezza di sollievo. Ma fu effimera.

Il bianco candido e liliale delle lenzuola fu bistrato da un rosso opaco.

Qualcosa stava cambiando.

Sentivo voci allarmate come sirene spiegate. Echeggiavano nei corridoi cavalcando i silenzi laceranti di poche ore prima.
Sembravano brusii lontani ma all’impatto acustico penetravano con furia animale i timpani delle orecchie.

Tra loro, Essi parlavano e valutavano una miriade di fattori sconosciuti sia a me che a lei. Ebbri da cotanta paura e dolore, accettammo la diagnosi senza apporre altre domande.

Fummo spostati da una sala all’altra, le variazioni climatiche pizzicavano sulla pelle come milioni di aghi e nonostante provocassero fastidi intensi, passarono in secondo piano durante l’acme del momento.

“Chissà cosa succederà”
E’ una domanda che spesso balugina nei miei pensieri. Li assale d’impatto come a volerli sorprendere.

Nei momenti in cui voglio sentirmi espressamente triste la risposta è facile, segue la negazione del mio essere.

In quell’istante, però, non avrei voluto risposte tristi. Mi sarebbe piaciuto avere confortanti rassicurazioni.

Ed anche se è vero che la bassa aspettativa rende la vita più semplice, è pur vero che le scelte non sempre vanno in direzione della nostra volontà.

Arriviamo nella sala 2

Oramai gli occhi sono affaticati dalle prime luci dell’alba che ci ricordano attraverso fiochi bagliori, quanto quella notte sia stata immensamente lunga e travagliata.

Inizia un nuovo calvario. Vedo gli occhi dei presenti. Cerco rassicurazione nei loro sguardi ma vedo solo fronti corrugate e sguardi attoniti.

Cresce l’ansia che oramai ha strabordato dai contenitori soliti. Ho innalzato un nuovo livello di contenimento per situazioni particolari.

Un primo lato positivo nella drammaticità della situazione.

In sottofondo il rumore bianco del phon sovrasta il brusio e riesce a mascherare quell’inverosimile silenzio che ancora echeggia nella mia mente.

Le urla si fanno più serrate. Non più 180 secondi. La computazione scende a 120. Due minuti di pace e poi lampi di dolore.

D’un tratto, quella che sembrava essere un’ipotesi diventa una conferma.

“Si passa alla sala 3”

Pensavo che non sarei mai stato in grado di appesantire la coscienza con un maggior carico di responsabilità. Credevo forse di essere eterodosso, diverso, meno responsabile.

In quell’istante la mente reagisce dando i 3 stimoli di sopravvivenza:

Il primo, primordiale e ancestrale, cerca di deviare il flusso di pensieri nell’anticamera della positività

Il secondo, più verista e concreto, cattura tutti quei pensieri che cercano di impregnarsi di positività tuffandosi nella foce del “bel pensare” per riportarli alla dimensione comune.

Il terzo, più saggio e meno spietato, prende il secondo stimolo, lo sottopone ad un rovente ed impetuoso scirocco realista per asciugare i pensieri madidi dal bagno di positività. Poi li veste con un abito sartoriale di irreale bellezza.

Rimango solo. Solo a pensare mentre i tre stimoli della mente lottano per la sopravvivenza della propria accettazione.

Capisco che arrivare al terzo stimolo è quantomeno irreale e mi abbandono tra le braccia di una comoda realtà. Al secondo stimolo mi accomodo.

Decido di tornare alla Sala 1.
Comunque vada questo dovrà essere il suo arrivo, la meta finale del viaggio più impervio mai percorso.

ORE 12:00

Il freddo glaciale ha smesso di paralizzare i muscoli lasciando il posto ad fervente sole primaverile.

Le sensazioni acusmatiche che riempivano i corridoi qualche ora fa sono sparite, perite sotto ai dialoghi delle tante persone che ora calpestano e occupano gli immensi corridoi.

La conurbazione di corridoi e stanze permette di volgere lo sguardo lontano.

Sta Tornando. La vedo.

Porta in grembo la felicità.

La osservo, lei e l’altra. Luce che attraversa luce. Vita che si riflette dentro se stessa come acqua sorgiva che sgorga alla fonte per riversarsi nel suo stesso bacino.

I pensieri si permeano come una fitta rete a formare una trama di sensazioni indescrivibili.

La materia cellulare impazzisce, soffrigge, non riesce a declinare tali e tanti stimoli e nell’indecisione implode in un’orgiastica e febbrile gioia fatta di lampi di gaudente felicità.

Guardo l’altra lei anche se so che non può vedermi, percepisce la mia presenza e la mia non-assenza durante tutta la difficile attesa.

L’anima apre a inebrianti stati di gioia, inafferrabili e affascinanti, come tante farfalle che librano nel cielo colorandone la tinta cerulea.
Dense, colorate e reali ma pur sempre impalpabili se non per quell’attimo infinito in cui pensi di poterle sfiorare, in cui sai che il loro battito d’ali è talmente soave da riuscire a scandire i secondi della vita laddove noi scandiamo i nostri flebili respiri.

La mente si scioglie e apre lo scenario a intense percezioni sensoriali. “Viva la Vida” pensai, collegando la frase al nome delle nuova vita.

Ci guardiamo negli occhi, lei impaurita, io incredulo. Nel gioco di sguardi rivedo me stesso.

Cala il sipario sulla paura. Sul proscenio sale la gioia.