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IL Piacere del Nulla

Sì lo so, il concetto nichilista del piacere del nulla è pieno a prese mani dal pensiero di Baudelaire.

Prima di darmi del copione voglio raccontarvi una storia.

Era il lontano 2007. Ben 11 anni fa.

Alla veneranda età di 24 anni decido di prendere il portatile ed iniziare a vergare il mio primo racconto.

Nonostante l’adsl fosse stata installata da qualche anno, internet non offriva il caleidoscopico intrattenimento odierno. Facebook si era affacciato sulla penisola italiana solo qualche anno prima. Farsi gli affari degli altri era ancora un caso analogico.

Tutto questo per dirvi che accendere un portatile nel 2007 significava comunque avere un obiettivo ben preciso. Della serie “se spingi quel bottone è perché hai qualcosa da fare, o da dire”.

Signore e signori, questo è Il piacere del nulla

 

La osservo mentre se ne va, la falcata decisa e sostenuta come quella di una modella che cavalca importanti passerelle; ogni rumore che il tacco produce a contatto con i listoni di parquet è una stilettata al cuore. Sino alla stoccata finale: il rumore secco della porta che sbatte. Attraverso le pareti della mia baita riecheggia la voce malinconica di Morrisey -“Some girls are bigger than others”- la mia mente annega in abissi di solitudine e tristezza e quell’arpeggio di chitarra così caustico riesce a marcare ancor di più quella strana sensazione di asfissia.

Decido di accendermi una sigaretta, la prima dopo molti anni. Le avevo promesso di smettere, tuttalpiù di provare ad inalare i liquidi stantii delle penne elettroniche, ma visti i dolorosi risvolti non mi sembrava il caso di formalizzarsi in inutili pose da puritano.  Dovevo per forza rompere la tensione con quel bastoncino di tabacco e carta anche se rappresenta uno tra i simboli più evidenti della debolezza umana. Il trillo del telefono sovrasta la musica ed irrompe nelle mie orecchie, facendomi sobbalzare.

Pronto?” rispondo a fatica cercando di occultare tutte le sensazioni che si destano nel mio cervello.  “Cavolo che brutta voce. Sbaglio o stai per piangere?”

È mia madre. Sempre al momento meno opportuno, quando le mie difese sono ridotte al minimo e la mia coscienza pronta a confessare tutto. Cerco di respingere questo strano senso di malinconia, non voglio trasmetterle questo mal d’amore. Non dopo la scomparsa di mio padre. Sarebbe l’ennesima sconfitta sul piatto della vita.

Piangere? Assolutamente! Ero solo sovrappensiero. Sai come vanno le cose quando si stacca dalla quotidianità per una vacanza. Si sente tanto il bisogno di evadere ma poi, una volta scappati, non vediamo l’ora di tornare alla vita normale.”

“Sempre il solito allegrotto! Piuttosto, quando pensi di tornare a trovarmi? No perché, se non mi faccio sentire io non ti sfiora minimamente l’idea di farti vedere!”

Ha ragione. Non ho piacere di tornare a casa. Quell’atmosfera familiare è pregna di strane sensazioni che non so codificare sino in fondo. Le foto in bianco e nero dei miei che si cingono in un abbraccio candido sullo sfondo di una Roma romantica degli anni ‘60, i quadri orribili di mio zio che eravamo obbligati ad esibire per non offenderlo, la carta da parati color avorio impregnata del fumo di mio nonno nei tanti sabato sera trascorsi davanti alla tv: ogni piccolo particolare porta con sé tanti, troppi ricordi.

Piccole reminiscenze che rievocano istanti intensi.

“Sai mamma, credo proprio che questo fine settimana verrò da te. Tanto non abbiamo grandi impegni, ci fermiamo un paio di giorni… così parliamo! Tanja ha deciso di declinare quell’offerta di lavoro di cui ti avevo parlato ed un po’ mi fa piacere, così rispettiamo i nostri progetti.”

“Giusto! Che emozione! E quando fate il grande passo? Dai su, dimmelo!”                                                                                      

Mi sento male. La sto imbottendo di falsità senza un minimo di ritegno. Il grande pittore che dà pennellate di realtà fittizia in una tela sdrucita.

“L’anno prossimo! Così recuperiamo il tempo perso nella tabella di marcia” Una leggera intonazione entusiastica nell’inflessione della voce mi fa capire quanto sono bravo a fingere. Forse ho sbagliato lavoro.   D’un tratto sento un rumore in casa. È lei. Sicuro che ci ha ripensato come nei migliori happy ending nelle commedie americani.

“Mamma ti richiamo tra un attimo devo controllare una cosa”

Scendo velocemente le scale saltando alcuni gradini secondo una logica prestabilita: uno ogni due. Anche se ancora non riesco a vedere il contorno del suo volto e la sua pelle diafana, i miei occhi proiettano incessantemente la sua immagine come se fossero certi della sua presenza. Arrivato al piano terra cerco di darmi un contegno, rallento il passo e mi aggiusto i capelli, sia mai che io tradisca debolezza emotiva ed un’eccessiva passione nei suoi confronti. Percorro il piccolo atrio riempito dei mille suppellettili e souvenir sino a giungere all’ingresso: nessuno. “Tanja, sei tu?” Silenzio assoluto. La porta socchiusa continua a percorrere un moto perpetuo spinta dal vento. Solo un falso allarme. Faccio spallucce e torno di sopra, il mio cervello elabora decine di immagini e sintetizza strane emozioni senza riuscire a stabilizzarne una precisa. Cerco di farmene una ragione, prendo un’altra sigaretta, la accendo e sputo fuori il fumo dolcemente, inarcando le sopracciglia per accompagnare la ritualità del gesto.

Riprendo la cornetta in mano e faccio il numero di mia madre. Ha risposto immediatamente; dovrei andare a trovarla più spesso.

“Solo una porta che sbatteva, ma’, niente di che. Sai, credo di avervi sognato l’altra notte, tu e papà. Ma il ricordo è sfocato, etereo, impalpabile. Ah, ti saluta Tanja.”

La immagino seduta di fianco a me a dimenare la mano in segno di saluto, i denti visibilmente in mostra mentre esibisce un inquietante sorriso intagliata nella pelle diafana. Sembra uscita da un film di David Lynch.

“Mamma, ti ricordi quando papà mi portava sulla collina a respirare a pieni polmoni? Bè, ieri lo ho fatto di nuovo ed è stato un toccasana. Inspiravo ed espiravo lentamente come un monaco shaolin.”

“Sono felice che mantieni il ricordo di quei magici momenti: le scampagnate in montagna, i miei fantastici ragù con l’ingrediente segreto”

“Erano il timo e la maggiorana i tuoi ingredienti segreti, lo sappiamo tutti mamma! Anche Tanja aveva capito come fare il tuo ragù nonostante sia una pessima cuoca. Ovvio come te non lo fa nessuno”

Appena finita la frase scoppio in una risata fragorosa, non sono sicuro che sia suscitata da una qualche ilarità perché al contempo i miei occhi strabordano lacrime che ad ogni mio minimo movimento aspergono gocce di pianto sulla libreria di wengé. Sembra strano eppure parlare con lei mi da un senso di sicurezza, una leggerezza d’animo simile a soffice lana di roccia che mi avvinghia e corrode i miei più intimi segreti.  Mia madre non si è accorta di nulla e nonostante tutto cerca di darmi conforto, lo percepisco dal suo tono e dalle pause che prende. “Allora visto che ti reputi tanto più bravo di me, ti sfido ad una guerra culinaria. Sabato quando tornate, venite da me e vediamo chi la spunta!”

“Ok spaccona, sarà un piacere bissare i miei successi anche nella tua dimora.” Poi la sua voce riparte, il tono flebile: “Sai mi manca molto tuo padre, mi manchi molto tu, sto invecchiando e la mia salute cagionevole porta i segni incessanti della solitudine. A volte penso che vorrei essere insieme a lui.”

Quelle parole rimbombano nelle mie orecchie come decibel acutissimi che perforano i timpani. Non sopporto neanche il naturale invecchiamento di mia madre tradito dalle bellissime grinze sul viso, figuriamoci un qualche pensiero di morte partorito dalla sua mente. “Non dire sciocchezze, ma’. Tra qualche giorno verrò da te, rimarrò lì per un po’ così tu ricaricherai le batterie”.

“E con Tanja come fai? Lei è sempre molto impegnata, dovrete stare divisi.”

Eccolo là. Il morto è sulla bara. “È finita. Se ne è andata. Stamani ha chiuso l’ultima valigia ed è partita portandosi con sé una parte della mia vita e del mio cuore. Ora te l’ho detto, finalmente!” Ed ecco che spunta quel senso di leggerezza che tanti affermano di percepire dopo aver confessato il crimine.

“Non pensarci. Ti rifarai presto, non preoccuparti.”

Adoro mia madre, adoro il suo approccio minimalista ai problemi, il suo essere positiva in qualunque ambito della vita, adoro i suoi consigli banali ma sempre efficaci, adoro le sue pause riflessive mai troppo lunghe e la sua voce che lascia intendere sempre grandi speranze ed una sincerità d’animo. Non saprei come fare senza di lei.

“Sai mamma, sono molto dispiaciuto ma in questo momento non sono triste, sono più malinconico. È come se la sua assenza avesse scoperchiato un vaso di pandora dai nostalgici contenuti. Non so se puoi capirmi”

“So perfettamente come ti senti. La tua solitudine, il tuo senso di malinconia, l’ineluttabile tristezza. Tutte sensazioni che non riesci a gestire.”

Interferenze, fruscii, fischi.

“Speravo ti ricordassi. Ricorda, ti prego”

Le mie sopracciglia disegnano una smorfia di incomprensione sul viso : “cosa?” Un fischio alle orecchie prorompe violento nei timpani e rimbomba nelle tempie.

Non riesco a capire, il mio respiro diventa affannoso, i battiti del cuore si intensificano, il mio stomaco cade preda di violente deflagrazioni interne mentre la mia pelle è vittima di vampate di calore. “Mamma cosa sta succedendo?”

Non sento bene, forse è saltata la linea o forse l’apparecchio si è rotto. Si, si, deve essere questo stramaledetto telefono, a forza di non cambiarlo per alimentare le mie radicate abitudini ha finito per rompersi. “Mamma mi senti?”

Ancora sussulti, sbalzi, momenti di gioia ed ineffabile splendore misti a bui e malinconici ricordi.

“Mamma? Sei arrabbiata perché non ti ho detto subito della mia relazione? Guarda che è successo proprio stamani, è ancora un nervo scoperto che fa molto, molto male. Mamma?”

Niente. Dall’altra parte della cornetta c’è il nulla, il vuoto assoluto. Solo un costante fruscio che muta in base alle frequenze. Guardo il telefono sgomento, cerco di capire cosa sia successo anche se la situazione è talmente chiara da essere paurosamente reale.

Sono ricaduto nella folle interpretazione di un film già visto, già vissuto ed ormai troppo vecchio per essere riproiettato. Non capisco, credevo di essere guarito ed invece eccomi da solo con il mio teatrino tragico di personaggi verosimili.

Ancora una volta cerco di giustificare la perdita dei miei genitori, l’assenza di affetto di un nucleo familiare distrutto e il mai corrisposto amore per una donna tanto amata e desiderata. Ancora una volta ho ripetuto la mia farsa, chissà quanti giorni ho passato a parlare con questi simulacri, proiezioni olografiche farcite dai miei contenuti. Guardo fuori dalla finestra della mia casa, capisco solo ora che l’isolamento fu una mia scelta ben precisa dettata da circostanze contingenti. Vedo gli alberi piegarsi, lambiti da un dolce vento di scirocco. Se presto attenzione sento in lontananza il belare di gregge distanti, persi nell’eternità dei mille pascoli nella folta macchia.

Guardo l’orologio, l’ultimo regalo di mio padre, ne osservo i colori cangianti mentre sul vetro di proiezione scorgo riflessa la mia faccia rigata dai solchi del tempo. Le mie rughe ancor più accentuate, lo sguardo vuoto e rassegnato di un uomo solo che non si arrende alle avversità che la vita gli ha riservato in passato. Cerco di riconoscermi in quel volto ma è come guardare la foto di un personaggio ignoto. Apro la finestra per lasciare che i raggi del sole possano irradiare la mia stanza poi prendo il pacchetto di sigarette, guardo fuori ma senza prestare attenzione a niente.

Cerco l’isolamento mentale, una sorta di concentrazione che mi consenta di godere del silenzio più assoluto, perché quelle figure immaginarie devono sparire. Non posso più vivere creando infiniti universi paralleli. Ora capisco, ora ricordo. Il senso di piacere, un piacere catartico denso di amarezze e veleni in cui nuotare ed annegare con dolce tristezza, è proprio questo il piacere del nulla.