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Botta d’Anfa

Cos’è Botta d’Anfa? Botta d’Anfa è un giro di boa tra le tristezze della mente umana.

Un’immersione negli sbagli che commettiamo, nella mancata resilienza e in tutte quelle scelte che un tempo ci sembravano giuste fino al momento in cui si rivelano inesorabilmente sbagliate.

Questo racconto è stato vergato in una notte di insonnia. Quando pensi che il problema sia l’assenza di sonno e non hai ben capito che l’assenza di sonno è solo il sintomo di una mente che ha bisogno di produrre.

Perché è durante la notte che il pensiero supera la zona liminale e si assiepa nei ricordi della vita. Come diceva Tabucchi: ” La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare storie”.

Signore e signori (i pochi che leggono almeno) questa è Botta d’anfa


Le note sconquassate rimbombano tra i muri del salotto.

I beat ipnotici aiutano la repentina cristallizzazione della mente e l’intorpidimento del cervello.

Tutto si muove alla velocità della luce: immagini, pensieri, colori.

Adesso mi sembra di correre incessantemente dietro a delle lepri elettriche, con grandi balzi a propulsione tediosa.

In realtà la mia materia cellulare è spalmata sui divani rosso scarlatto posizionati nel soggiorno.

Grandi e ingombranti sofà che inghiottono la materia cellulare umana.

Sono in preda agli effetti chimici e alchemici delle nuove metanfetamine che Skipp mi ha piazzato per spacciarle ai ragazzini ingenui della città.

“Prima però voglio provarle” avevo detto perentorio a Skipp – “Sentiamo se sono così speciali come dicono tutti!”.

Effettivamente quello 0,1% di cervello che ancora risponde placidamente al mio volere ha capito che i cristalli di quelle metanfetamine sono puri ed acchitano meravigliosamente nella mia testolina malata.

D’un tratto la realtà mi penetra il cervello come brezza primaverile. Devo ricordarmi della cena con gli altri. I fatidici vecchi amici.

Odio queste cene perché sono il resoconto annuale del grado di soddisfazione di ogni commensale.

Li vedi subito quelli che si sono realizzati sul lavoro, i finto soddisfatti che hanno sfornato figli come lepri. Hanno quel sorriso plastico stampato sul viso e guardano gli acerbi – quelli come me che non hanno né arte né Dio – con sguardo compassionevole.

In genere io divento il punto di discussione del giorno dopo.

Me li sento, ai loro maledettissimi pranzi domenicali, riuniti con le loro famiglie perfette, a parlare del reietto.

Fotte cazzi del loro conformismo pret-a-porter!

M’immagino le facce dei commensali. La mente vola. Lampi viola – senso di disagio – ancora lampi.

Il senso di malessere bussa educatamente alla porta dell’ippotalamo.

Appare lei. La finta amica che avrei sempre voluto scoparmi. Quella a cui non puoi ambire perché sei socialmente inutile ed il tuo 730 non è mai pervenuto nelle casse dello stato.

Però quando la vedi hai quello strano bumbum al petto. Gelosia ingiustificata e tanto bumbum.

Finto sorriso, bumbum, erezione, pensieri sconci. Vorrei ma non posso. Lacrima. Magari un giorno. Si, magari in un futuro non molto lontano. Capelli in ordine, lavoro in ordine, fisico in ordine e finalmente il bumbum diventerà un toctoc.

Ancora senso di disagio. Altra immagine. Altri lampi colorati. Altro dolore piacevole.

Che drogona birichina!

Appare lui, l’hipster finto convenzionale. Quello dai like social un tanto al chilo.

Barba folta da boscaiolo e occhiali con montatura importante.

“Cazzo che occhiali. Sei parecchio miope?” gli ho detto ingenuamente un giorno.

“Scherzi. Gli occhiali per noi influencer sono un must have”.

Accennai un sorriso, ma non avevo capito un cazzo.

Vestito male come se l’armadio gli fosse esploso addosso. Anche io mi vesto male. Ma la gente me lo fa notare con insolita cattiveria mentre a lui fioccano complimenti sinceri.

Lui può dire quello che vuole perché gode dell’immunità totale dei finto amici che puntualmente lo circondano.

Lui è il demonio moderno. Niente patti strani, niente anima né contratti firmati al crocicchio di strade polverose nello sperduto Texas. Quelle sono stronzate anni ’50.

Nell’epoca social il demonio hipster vuole solo il tuo consenso.

1 like 1 consenso. E le porte dell’inferno si spalancheranno anche a te.

Forse potrei firmare anch’io il patto.

Si, magari in un futuro non molto lontano. Capelli in ordine, lavoro in ordine, fisico in ordine e finalmente anche il mio armadio mi esploderà addosso con un senso.

 

E poi c’è Julian. Ah, Julian!

Bello tanto e dannatamente intellettuale. Julian è quello che avrei voluto essere se non fossi diventato un fattone, colui che sarei dovuto diventare ma non potrò mai essere, anche se mi sarebbe piaciuto almeno provare un solo istante della mia schifosissima vita.

Ricordo gli sguardi attoniti delle ragazze. Lui raccontava le sue noiosissime giornate tipo, farcite da letture pesanti sulla filosofia dell’uomo moderno.

Vedevi i cuoricini nelle pupille delle donne.

E vicino a lui ti sentivi piccolo. Tanto piccolo. Quasi un bambino.

“Tieni le spalle dritte, così gli altri vedono che sei un leader.” Mi ripeteva sempre

Io non sono mai stato un leader ma il dubbio mi baluginò nella mente.

“E se lo diventassi? Se fossi così fottutamente sicuro di me da schiacciare gli altri colla solo postura delle mie spalle?

Si, magari in un futuro non molto lontano. Capelli in ordine, lavoro in ordine, fisico in ordine e spalle dritte. Cadranno tutti ai miei piedi. Un giorno.

L’anfetamina entra nell’antro dei ricordi pericolosi.

Per un attimo ripenso alle vacanze estive coi miei genitori. Ricordo queste villette che odoravano di pineta e salsedine. Ricordo le vacanze anni ‘80, quelle a cui la crisi non metteva spavento e che duravano 3 lunghissime settimane.

Quella sabbia velata e morbida come seta, la canicola che dorava l’epidermide, l’odore di pelle bruciata mista alle fragranze dolciastre delle creme solari.

Ricordo i discorsi di mio padre. I suoi primi progetti per il futuro di suo figlio. Quella pomposità che ogni padre dovrebbe avere per il proprio figlio.

Un futuro radioso e scintillante.

Lo ricordo con la sua sigaretta-amica che penzolava da un lato della bocca. Restava in bilico come se fosse incollata e produceva un tubo di cenere che si disintegrava come stelle filanti ad ogni sua parola.

“Nella vita ci vogliono due cose figliolo: spalle e palle. Le prime dritte, le seconde grandi”

Spalle dritte. Anche lui. Forse ho sbagliato questo.

 

Mio padre. Chissà che fine ha fatto. Sono 10 anni che devo sentirlo.

Una lacrima mi riga le guance. Finisce sul labbro superiore, e lo condisce con quel sapore salato che troppe volte ho avuto la sfortuna di assaggiare.

Residui sentimentali in piena botta chimica? O forse l’anfa sta vincendo la battaglia?

La cena è alle 20:00.

 

“Speriamo che questa botta mi passi per le 20:00” dico a voce alta e il cervello ripete al loop 20…20…20…20…20…20…20.

Skipp mi guarda fisso tra il compassionevole e lo sbigottito. Ogni volta che sono sotto botta d’anfa è come se mi studiasse.

Io provo a ricambiare anche se in questo momento non ho la cognizione per capire se il mio sguardo incrocia i suoi occhi o un angolo della stanza col suo ologramma

 

Inizia la sudorazione fredda.

 

Lui continua comunque a sfagiolare sino a diventare paonazzo in viso:

“Mi sa che non stai messo tanto bene, eh?”.

Mentre lo dice spipacchia avidamente il suo bastoncino di tabacco potenziato.

 

Adesso lo stereo propala le melodie glaciali di Stick to my side di Pantha du Prince.

La lisergia sonica mi trasporta fino a farmi aprire i rubinetti degli occhi. Sto piangendo ma non so bene per cosa.

 

Penso al futuro, ad un bisogno costante di emozioni forti ed alla mancanza di palle.

 

“L’ultima anfa e poi smetto, spaccio e basta. Però per vendere serve di assaggiare il prodotto. Tanto sarà un’anfetamina a settimana. Capirai. Diventerò un insospettabile spacciatore part-time. Per il resto: spalle dritte, valigetta 24 ore, giacca, cravatta e un posto di lavoro trombafemmine.”

Magari in un futuro non molto lontano. Magari domani. Capelli in ordine, lavoro in ordine, fisico in ordine e spalle dritte. Cadranno tutti ai miei piedi. Un giorno.

 

Il cervello cerca di riappropriarsi di casa sua. “Scappate paranoie fantasmagoriche, paparino è tornato e se non trova la sua sedia a dondolo vuota, darà in escandescenze!”

 

Mi riaddormento senza ricordare cosa è quel torpore che mi sta accingendo, cosa significhi quella sensazione bellissima e artificialmente umana. “Devo mettere la sveglia perché massimo alle 20 e 30 devo essere alla cena dei rimpianti!”

 

Poi la dissolvenza in nero mi assale, con dolcezza e rassicurante passione.

 

Tutto si oscura.

Lampi-luci-disagio. Tutto si adagia al lento passare del tempo.

Un sorriso si intaglia sul mio volto.

“Un giorno anche io ci riuscirò. Sì.”

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